Da «LA VERA STORIA DI POLIBLU – la medusa-fatina (o fatina-medusa) dai grandi occhi azzurri », mini-romanzo, Guido Sperandio, e-BOOK

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Il vecchio tricheco era stato buon profeta.

PoliBlu riscosse immediatamente un gran successo tra gli abitanti di ogni genere di acqua, salata o dolce.

Riscosse simpatia e consensi dovunque si trovasse.

Le creature del mare la ammirarono, e amarono.

Andavano a gara a esprimerle solidarietà. Tutti avevano una parola per lei, un complimento, un saluto.

Fu per tutti PoliBlu, la principessa delle acque, reginetta di ogni oceano.

E non tardarono a fiorire le leggende.

*

Si disse che PoliBlu era figlia di Venere, la dea della bellezza e dell’amore.

Si disse che la bellissima Venere, uscita dalla spuma del Mediterraneo, era stata vista da un vigoroso e rude polipo.

Il vigoroso e rude polipo se ne era furiosamente innamorato. Aveva proteso i suoi tentacoli e aveva stretto la bella Venere in un abbraccio.

Ne era nata PoliBlu.

Si disse.

*

Ma non c’è rosa senza spine. E presto, anche PoliBlu, splendida rosa d’acqua, ebbe le sue.

Iniziò a provare un inspiegabile senso di disagio. Poi fu presa dall’irrequietezza. Il certo non-so-che si trasformò in tristezza. Culminò in malinconia. Struggente e cupa.

PoliBlu prese l’abitudine di passare lunghe ore abbarbicata a uno scoglio: a seguire con lo sguardo le navi all’orizzonte, che si delineavano e svanivano.

Rivide il tricheco, il vecchio tricheco.

Questi stava raccogliendo alghe secche per rifarsi il materasso, e la salutò. Contento di incontrarla.

«Ciao, bella PoliBlu. Stai bene?» le disse.

Lei parlò, stavolta. Pareva non aspettasse altro. «Non so se sto bene… ─ lei disse ─ C’è qualcosa che non va, che non capisco.»

«Oh ─ il vecchio tricheco assunse un’aria seria ─, cosa non va?»

«Non lo so, te l’ho detto. È proprio quello che vorrei sapere.»

Il vecchio tricheco la scrutò. E vide ombre riflesse nei meravigliosi due specchi azzurri che erano gli occhi di PoliBlu.

Erano le ombre delle navi che PoliBlu seguiva per ore, da giorni, con lo sguardo.

*

Il vecchio tricheco capì.

Capì che PoliBlu era bella e amata, e aveva tutto per essere felice sia come medusa che come fata. Eppure lei si rodeva perché in lei, purtroppo, c’era anche un lato umano che guastava.

Si trattava di un pizzico, soltanto. Un pizzico. Ma, ahimè, bastava.

E il vecchio tricheco disse: «Non c’è essere umano che si accontenti. Vuole sempre essere di più, e avere quello che non ha. Per questo gli esseri umani si agitano, e sono sempre infelici. Anche tu…»

«Non capisco» lei lo interruppe.

«Tu, PoliBlu, senti il richiamo delle navi e di quel mondo sulla terraferma che non hai ma a cui il tuo istinto ti dice di appartenere in parte. È la tua parte umana a renderti scontenta. »

«Come fai a dire che in me c’è qualcosa di umano? Da cosa lo capisci?»

«Quegli occhioni, per esempio… Quegli occhioni PoliBlu! Ne sono una riprova» disse il vecchio tricheco.

«Oh» disse PoliBlu, sconcertata per la verità emersa e da lei mai tenuta in conto.

«Cosa… Come devo fare?» chiese.

Il vecchio tricheco le sorrise: «Ascolta il tuo cuore. Lui sa. Ti conosce meglio di ogni altro, e lui conosce anche le cose. Ogni cosa».

Il vecchio tricheco si allontanò.

Fu l’ultima volta che PoliBlu lo vide.

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