Da «GLI ANNI DELLA PAURA», racconti, ebook, Guido Sperandio

Copia di Gli anni della paura

1944, Le Mele della Wermacht 
La nostra casa da sfollati in Brianza era costituita da un solo unico stanzone al piano terra di un edificio basso, di un piano, un tempo dipendenza dei Conti C*******.
Porto ancora impressi i tratti della padrona di casa, il cui marito, prima della guerra, girava paesi e contrade con una balla di tagli di stoffa, in spalla, a venderli.
Quello della signora Anita è l’unico volto da me registrato, a prova di tempo, fra quelli incontrati in quel periodo.
La signora Anita – lo sguardo fisso, privo di espressione – aveva la peculiarità di muovere la testa, istericamente, a scatti. Ricordava – a me bambino – la testa di una gallina. Al posto del becco, il naso. Il paragone, d’altronde, mi veniva facile.
Le galline razzolavano nel giardino antistante lo stanzone dove abitavamo. E io non avevo amici con cui intrattenermi, ero un forestiero, doppiamente emarginato perché pure di città. Le galline rappresentavano la mia sola compagnia.
Con loro condividevo tempo e spazi, la libertà condizionata dalla cancellata invalicabile. E i miei giorni scorrevano molto più simili a quelli di un pollo piuttosto che alla vita di un bambino in condizioni di normalità.
A salvarmi dall’esprimermi come una chioccia, a coccodè, fu il quinto volume, vecchio e a pezzi, superstite di un’enciclopedia. Di cui mai conobbi la provenienza, ma che conteneva l’incredibile vicenda del Conte di Montecristo, che leggevo e rileggevo.
Evadevo così, insieme al Conte.

(…….)

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