Da «IL CASTELLO DELLA VERITA’», Guido Sperandio, romanzo

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Riprese il vecchio: «I Visconti erano nobilastri di campagna, e approfittarono delle questioni tra nobili, mercanti, artigiani e salariati per imporsi».
«Succede così anche da noi in montagna ─ disse il ragazzino ─. I polli si beccano tra loro e la volpe se li mangia.»
«I Visconti, nel giro di qualche generazione, diventano unici Signori della città. Altre ne conquistano nel frattempo fino a creare un vero e proprio Stato. Subentra Bernabò che lo eredita insieme ai fratelli, Matteo e Galeazzo II.»
«Bernabò, però, diventò Signore senza uccidere nessuno» disse Erberto.
«Mah! Matteo morì poco dopo di una strana febbricina e la madre accusò i figli, Bernabò e Galeazzo II, di avere avvelenato il fratello.»
«Addirittura?»
«Non ti deve meravigliare. Capita ogni giorno in ogni città o Stato, questi sono i tempi, principino.»

Continuò il vecchio: «I due fratelli si divisero lo Stato e Milano. E qui Bernabò stabilisce la sua corte. Mentre Galeazzo II, insediatosi a Pavia, presidierà la propria fetta di Milano costruendovi un Castello…»
«È il Castello dove stiamo andando?»
«Infatti.»
«I due fratelli si saranno combattuti» disse Erberto, visto il clima generale, dove tutti erano contro tutti, e il veleno nella minestra era usato più del sale.
«Bernabò si buttò a scatenare guerre, Galeazzo II a combinare matrimoni.»
«Matrimoni?»
«È la regola da sempre dei potenti: quando il sangue non lo si fa scorrere sui campi di battaglia, lo si mischia.»

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