Da «IL RAGAZZO DEL FIUME VA IN CITTA’», romanzo, Guido Sperandio, e-Book

Paco

Si aggirava nell’oscurità rischiarata appena da un lampione solitario. Si guardava attorno sperduto. Una voce rozza d’uomo lo riscosse: «Fermo! Sei sotto tiro… Un solo movimento e sparo!».

Nello stesso istante, lo accecò un fascio di luce. E lui si affrettò a portarsi le mani agli occhi. Ma… tardi. Adesso, era come se fossero stati invasi da sciami di stelline.

Riudì la voce rozza e minacciosa, stavolta vicina. Di fronte.

Ancora un poco, poteva sentire l’alito di chi gli stava parlando: «Come ti chiami?… Generalità…»

Lui, il ragazzino, si stropicciò gli occhi. Sbatté le palpebre. Nel tentativo di recuperare la vista. Finalmente distinse un’ombra. Molto più grande di lui, lo sovrastava.

Era un agente. La divisa della Guardia Civil.

L’agente aveva abbassato la torcia che teneva nella sinistra, ma non la pistola che impugnava nella destra. La pistola stava sempre puntata. Il ragazzo, per niente spaventato, restò a bocca aperta. A rimirarla.

I suoi occhi, calamitati dall’imboccatura della canna.

La pistola scintillava nell’oscurità, appena rischiata dal lampione solitario.

*

«Mi chiamo Paco» si decise a rispondere il ragazzo.

«Eh, già…» sogghignò l’agente.

Lì, da quelle parti, Paco (contrazione a livello popolare di Francisco) era il nome di nove ragazzini su dieci, si può dire. In città circolava la barzelletta di quel padre che arrivato dalla campagna aveva pubblicato sul giornale un annuncio: “Paco, ti aspetto all’hotel Luna martedì a mezzogiorno. Non ti serbo rancore per essere scappato. Sei perdonato”.

Il martedì, a mezzogiorno, era dovuta intervenire la Guardia Civil per disperdere le migliaia di ragazzi accorsi.

Ma questo Paco, sorpreso dall’agente, non aveva un padre che gli perdonasse, né cose che un padre gli dovesse perdonare.

Questo Paco non aveva i genitori.

«Ti chiami Paco… Come? ─ l’agente tornò alla carica ─ Hai documenti?»

Il ragazzo scosse la testa, lo sguardo smarrito-perso. Non capiva.

«Da dove vieni? Si può sapere almeno questo?»

Il ragazzo sempre zitto.

L’agente tirò un lungo sospiro. Sconsolato. Ripose la pistola nella fondina. Afferrò Paco per un braccio, e se lo trascinò verso un furgone.

Il furgone stava poco distante. Mimetizzato nella penombra. Un altro agente aprì il portellone dietro, e l’automezzo ripartì sgommando con Paco dentro.

*

Sul furgone – dietro, insieme a Paco – viaggiavano anche due ubriachi occupati a insultarsi all’ultimo sangue. E sempre sul punto di buttarsi l’uno contro l’altro.

Più volte, l’agente di scorta era dovuto intervenire.

Spazientito, infine, per ricordare ai due rissosi che nella vita non conviene sempre farla a botte, l’agente li aveva manganellati duramente. Ma equamente. Un colpo all’uno e un colpo all’altro. Fino a che si erano calmati.

Tra le risate delle tre donne, più svestite che vestite, che facevano parte della colorita compagnia.

Le tre donne erano state raccattate dallo stesso marciapiede dove i due uomini erano rotolati cercando di sgozzarsi con dei cocci di bottiglia. E le signorine avevano il torto di essersi fatte beccare, scalze, mentre picchiavano i tacchi a spillo sulla testa, agli ubriaconi.

Per un ragazzino – come Paco, in particolare – c’era abbastanza da vedere, sentire e imparare. Su quel furgone.

*

L’automezzo scodellò il suo carico davanti al Comando di Quartiere.

Gli uomini furono smistati dietro le inferriate di un gabbione, a smaltire la sbornia. E le donne in un altro. (In realtà, tra i due gabbioni non è che ci fosse molta differenza. Il gabbione delle donne non superava quello degli uomini per pulizia, non sapeva certo di profumo di violetta.)

Paco, invece, fu accompagnato davanti a una giovane poliziotta seduta a una scrivania.

Sulla parete dietro si allineavano fotografie di ricercati di ogni calibro. E sulla scrivania si ammonticchiavano cartellette e fogli.

La donna guardò Paco e le bastò: per intuire che non si trattava del solito ragazzino di strada, vagabondo. Né tanto meno di uno dei tanti precoci delinquenti di cui la città sembrava sempre più abbondare.

Paco – lo si leggeva nel suo sguardo – sembrava più caduto da una candida nuvola che uscito da un qualche inferno metropolitano.

«Cosa facevi lì dov’eri? ─ iniziò la poliziotta ─. L’agente che ti ha fermato dice che tu eri lì per rubare nei Depositi Generali. È vero?»

Paco allargò gli occhi: daccapo si trovava davanti a parole e concetti per lui incomprensibili.

Rubare? Pensò. Cosa voleva dire. E poi che razza di roba erano i Depositi Generali?

Tacque.

«Ma tu da dove vieni? È da molto che sei qui in città?…. Perché tu, Paco, non sei di qui, è vero?» riprese la poliziotta, sorridendogli con aria complice.

«Sono appena arrivato» Paco stavolta parlò.

«Quando?»

«Questa sera.»

«E come sei arrivato?»

«Su un camion» disse Paco.

«Conoscevi il camionista?» la poliziotta disse.

«No, passava un camion e si è fermato.»

«Perché ti trovavi là, su quella strada? Sei forse scappato di casa? Dove sono i tuoi genitori?… Non devi avere paura di me, io sono qui per aiutarti» la poliziotta lasciò la scrivania e si accucciò accanto alla sedia dove stava il ragazzino.

«I miei genitori sono morti» disse Paco e abbozzò una smorfia. Sull’orlo di sciogliersi in lacrime.

La donna si morse il labbro. Non voleva ferire il ragazzino. Rapida, cambiò argomento: «Hai fame? ─ disse ─Vuoi che ti ordini qualcosa di buono da mangiare?».

Di fronte al Comando, c’era una cafeteria aperta l’intera notte. Era la salvezza e il ristoro degli agenti, per i quali tra notte e giorno, si sa, non corre differenza. Buona parte degli incassi della cafeteria dipendevano, non a caso, dal Comando.

«Vuoi un’aranciata? Una spremuta dolce con tanto zucchero?» ripeté la poliziotta.

Ma Paco non rispose neanche questa volta.

La donna gli accarezzò la testa. Dolcemente. E gli sorrise.

Paco aveva capelli lunghi e neri, e ricci, che inanellandosi gli scendevano giù fin sulle spalle.

*

Era ormai l’alba. Fuori dalla sola unica finestra, si delineava il giorno.

Il campanile della Cattedrale di Nostra Signora del Carmine si stagliava nitido contro un cielo il cui biancore, questione di minuti, avrebbe lasciato posto all’azzurro intenso. Il vento del nord aveva ripulito da ogni nuvola.

La poliziotta sbadigliò. Si alzò in piedi. E si stirò. La fine del suo turno era vicina.

Tornò a sedersi, e tornò a osservare il ragazzino. Immerso in un profondo sonno.

Era da parecchio che Paco dormiva. Accovacciato sulla sedia, abbracciava la spalliera, e il suo viso adesso era davvero simile a quello di un angelo.

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