Le Note del Gufo, 33

Ho sempre faticato a condividere il culto per «Cent’anni di solitudine», il romanzo che ha consacrato Gabo al successo, ma la mia stima è andata via via aumentando per i suoi successivi romanzi, di pari passo alla loro cronologia di uscita, da «Cronaca di una morte annunciata» a «Memoria delle mie puttane tristi» a, infine, «Vivere per raccontarla», autobiografico. E a proposito di quest’ultimo titolo riporto il seguente stralcio: Comunque sia, penso che la mia intimità con la servitù può essere stata l’origine di un filo di comunicazione segreta che credo di avere con le donne, e che nel corso della mia vita mi ha permesso di sentirmi più a mio agio e sicuro con loro che fra gli uomini. Sempre di lì può venire la mia convinzione che sono loro a reggere il mondo, mentre noi uomini lo disordiniamo con la nostra brutalità storica. 

Già: sono loro a reggere il mondo,
mentre noi uomini lo disordiniamo con la nostra brutalità storica.
Come non essere d’accordo? 

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Questa voce è stata pubblicata in AUTORI CITATI, Gabriel Garcia Marquez, LE NOTE DEL GUFO. Contrassegna il permalink.

17 risposte a Le Note del Gufo, 33

  1. Sono contenta di non essere l’unica a non avere particolarmente apprezzato “Cent’anni di solitudine”. Così contenta che potrei fidarmi del tuo giudizio al punto da provare a leggere gli altri 🙂

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    • Guido Sperandio ha detto:

      Spero di non tradire la tua fiducia, la “Memoria” gronda sensualità ma è dolce, caldo e umano nel contempo – “Cronaca di una morte annunciata” è un clima tutto diverso ma contiene verità del comportamento riscontrabili sotto qualsiasi latitudine umana e “Vivere per” è un diario praticamente simpatico e ironico, un affresco variegato.
      Anche la frase qualsiasi che potrebbe in mano altrui rischiare d’essere puramente funzionale se non banale, GGM riesce a ricrearla- personalizzarla, pur sempre scorrevole e immediato.
      Mi auguro di non deluderti 🙂

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  2. Neda ha detto:

    D’accordissimo !
    A proposito di “Cent’anni di solitudine” non sono mai riuscita a finirlo (del resto, pur amando Balzac il suo “Lys dans la vallée” non riesco a reggerlo).
    Buona serata.

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    • Guido Sperandio ha detto:

      Evviva anche tu!? Lo sai che mi fa piacere? Anch’io l’ho preso e ripreso, ponendo anche notevoli intervalli di tempo tra una lettura e l’altra, ma niente da fare. Mai finito. Da sentire il complesso di colpa, sentirmi sbagliato di fronte al consenso corale.

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      • Neda ha detto:

        Credo che in questo caso Balzac avesse un contratto per il quale veniva pagato per ogni parola che metteva sulla carta, altrimenti non si capisce la prolissità del testo.
        Anche “Le rêve” di Zola non sembra nemmeno scritto da lui, ho letto tutte le altre sue opere con vero entusiasmo, questa ho fatto fatica a finirla.
        E Umberto Eco? Dopo “Il nome della rosa”, un vero capolavoro, ho trovato “Il pendolo di Foucault” un vero mattone e “La misteriosa fiamma della regina Loana” noiosetto, anche se, solo in alcuni punti, un po’ interessante. Forse aveva ragione il Manzoni a fermarsi ad un unico grande romanzo, nel quale dare dentro tutto e poi passare ad altro.
        Invece non sono ancora stata delusa da Camilleri, forse non sarà grande letteratura, ma è veramente geniale.

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      • Guido Sperandio ha detto:

        Interessante questa tua rassegna e anche la tua ipotesi (Manzoni).
        Di Camilleri, ricordo La concessione del telefono, letto anni fa, un italiano impeccabile, un intreccio di personaggi e psicologie diabolico magnificamente retto da una regia lucida. Quanto al Commissario Montalbano., non so perchè ma sento un Maigret in versione sicula. Il fatto dello pseudo-dialetto però l’ho sempre aborrito.

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      • Neda ha detto:

        A me Montalbano diverte molto, forse sia per il Maigret che c’è dentro che per il dialetto inventato, vero è che Simenon è un’altra cosa. Ricordo quando ho letto i primi libri su Montalbano: Un mese con Montalbano e Gli Arancini di Montalbano che ridevo fino alle lacrime, tanto da rischiare di cadere dal letto. La concessione del telefono l’ho letta anch’io e pure alcuni altri che non hanno Montalbano come protagonista.
        Gli unici che non mi sono piaciuti molto sono “Biografia del figlio cambiato” e uno che ha scritto a quattro mani con Lucarelli del quale non ricordo il titolo, infatti l’ho regalato a qualcuno.

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  3. Paola C. ha detto:

    Ho letto Cent’anni di Solitudine nel 1996, me lo ricordo benissimo perche’ ci ho messo un anno a finirlo. E la cosa strana era che mi piaceva pure molto! Ma e’ un libro molto intenso e tutti quegli Aureliano Buendia mi stancavano e così di tanto in tanto dovevo fare una pausa e leggere qualcos’altro. Paradossalmente e’ il libro di Marquez che ricordo tutt’ora con più emozione… 🙂

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    • Guido Sperandio ha detto:

      È uscito del 1967, e subito qui a Milano è sorto un locale alternativo chiamato appunto Macondo. Macondo, ricordo, era un mondo di sentimenti e persone che mi viene da ricollegare ai climi inaugurati dal ben noto ’68 (ne abbiamo accennato io e te sul tuo blog 🙂 ).
      Cent’anni di solitudine l’ho preso in mano qualche anno fa, quindi parecchio dopo i climi “giovanilistici” riconducibili appunto al ’68. E forse se il libro intendeva essere una dissacrazione, probabilmente ai miei occhi aveva esaurita la sua carica. Non so, ipotizzo. Forse, occorre uno spirito aperto e conta l’età in cui si leggono o si fanno certe cose. Ma, insisto, le mie sono ipotesi e pertanto controbattibili.

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  4. Alessandra ha detto:

    Anch’io ho l’impressione che se ai vertici del potere ci fossero state donne anziché uomini, a quest’ora il mondo non porterebbe il lutto dei due conflitti mondiali. L’istinto della donna, a parte rare eccezioni, è quello di tutelare, di preservare la vita, non di danneggiarla. Poi, per carità, avrà pure ben altri difetti il gentil sesso, a volte anche fastidiosi, ma tant’è. Gabo non l’ho letto; sinceramente non mi è ancora capitato di avvertire la famosa “chiamata”. Magari un giorno lo leggo e poi mi pento di non averlo fatto prima.

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  5. Io vorrei leggerlo… ma non so perché, come apro il libro, lo chiudo automaticamente.
    E non posso neanche dire che non mi piace… boh! 😀

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    • Guido Sperandio ha detto:

      Intuisco perfettamente il tuo comportamento, penso sia stato analogo al mio. La sola differenza che ogni volta, lo stesso io insistevo. Salvo poi arrendermi.
      In effetti, la scrittura di Gabo è unica, e seducente. Ed è quello che prtobabilmente ti fa dire: non posso neanche dire che non mi piace.
      Poi se vogliamo guardar bene, anche per quanto concerne il contenuto, quel favoleggiare, ironico e leggero, esercita un certo suo richiamo. Solo che alla fine mi dicevo: ma che storia astrusa sto leggendo?

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  6. vaninarodrigo ha detto:

    Lo si ama o lo si odia Cent’anni di solitudine ( io ho amato la storia della famiglia Buendìa ); ma quando ho letto L’amore ai tempi del Colera mi è quasi piaciuto di più; Storie delle mi puttane tristi non mi era piaciuto, quello autobiografico lo devo leggere, il passaggio da te citato sembra rientrare nei miei interessi.

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    • Guido Sperandio ha detto:

      Interessante la tua notazione su “Cent’anni”.
      In ogni caso, il vecchio Gabo è un autore imprescindibile, ha mestiere e anche il talento per riscattarlo e dare calore e colore al mestiere che altrimenti rischierebbe di restare sterile tecnicismo o artigianato (pur il mestiere essendo ovviamente necessario!)

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  7. alessialia ha detto:

    E MA LO SAI CHE NON SONO MAI RIUSCITA A LEGGERLO……..
    SONO CURIOSA TANTO…
    MA POI NON SO PERCHE MI FRENO…
    BOH

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